Quando mettiamo piede nel piazzale di un concessionario di auto è per recitare un dramma.
E' la nostra rara occasione di farci dare importanza, di farci corteggiare. Non vogliamo sentir parlare di come è stato progettato un motore, vogliamo sentirci dire quanto siamo in gamba.
E votiamo, e seguiamo con interesse, quel protagonista politico che drammatizza le nostre vite e allevia, per un pò, la sensazione di impotenza e di anomia che è l'essenza della civiltà moderna.
Un venditore di auto che deridesse o ignorasse la nostra richiesta insistente di seduzione morirebbe di fame, malgrado tutta la sua competenza in campo automobilistico. Il politico che si dedicasse alle questioni autenticamente politiche non durerebbe a lungo in carica. Chi si ricorda di Adlai Stevenson? -Consulente di F.D.Roosevelt per la politica agraria del New Deal, collaborò poi ai lavori in preparazione all'apertura dell'O.N.U.; fu per due volte candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti-
Perciò l'astrattezza chimerica della missione in cui il politico decide di imbarcarsi ci rassicura che avremo quello per cui abbiamo pagato (o per cui abbiamo votato: che stiamo finalmente per avere un pò di dramma invece di monotono raziocinio).
"Il Futuro", "Il Cambiamento", "Il Nostro Retaggio", "Il Domani", "Una Vita Migliore", "L'American Style", "I Valori Familiari" sono astrazioni drammatiche. Non hanno referenti nella realtà, e il loro significato sottinteso è: "Quando i conflitti saranno scomparsi. Quando le cose saranno risolte. Quando non ci saranno più incertezze nella vita.".
La caccia alle streghe, agli ebrei, agli antiamericani, agli omosessuali, agli immigrati, ai cattolici, agli eretici è, allo stesso modo, una semplice mascherata e non è affatto una missione politica vera e propria. I "motori immobili" di tutta la faccenda scelgono loro stessi i protagonisti, identificano quello che sta provocando tutta questa deplorevole incertezza nel mondo, e giurano di annientarlo, se solo voteremo per loro.
Shakespeare ci comunica che la verità è un cane e che deve essere cacciato a frustate dal canile, mentre Madama levriera può restare accanto al fuoco e puzzare.-W.Shakespeare, Re Lear, atto I, scena IV-
E le questioni di autentico spessore politico (l'ambiente, la sanità..) devono mendicare un pò di attenzione perché non sono drammaticamente efficaci.
tratto da "I tre usi del coltello" di David Mamet edizioni Minimum Fax
lunedì 23 aprile 2012
sabato 21 aprile 2012
Thomas
Pesanti tende di velluto scuro impedivano alla tenue luce del giorno di turbare l'atmosfera della stanza.
Vi stagnava un odore di polvere e fiori, dolciastro e pesante com'era ogni cosa nella stanza.
Thomas sonnecchiava su un'ampia poltrona, non dormiva mai profondamente, non poteva.
Le sue orecchie erano come cani da guardia, attendevano sospettose il minimo rumore che lo avrebbe costretto ad alzarsi e scostare un angolo di tenda per spiare un angolo di mondo.
Thomas viveva in quella stanza da innumerevoli anni, o forse erano solo pochi giorni, non ricordava più.
Non rammentava nemmeno il motivo della sua volontaria reclusione, ma era certo della sua gravità, egli aveva una grande considerazione di sé stesso e, se un giorno aveva varcato quella porta e l'aveva chiusa dietro di sé, adesso, per un banale vuoto di memoria, non poteva permettersi di abbandonare il suo progetto, qualunque esso fosse.
Fu uno scoppio di risa, cristallino e infantile, a destare il suo interesse.
Con movimenti lenti e cauti Thomas sciolse le gambe che aveva raggomitolate per farsi accogliere meglio dalla morbidezza della poltrona, posò i piedi nudi sul tappeto e andò verso la finestra.
Ora si udivano voci imberbi apostrofarsi scherzosamente ed un suono che Thomas immaginò fosse provocato da una palla presa a calci. Infatti, il suo sguardo che si era insinuato fra le pieghe del velluto attraverso il vetro scorse alcuni ragazzini che giocavano con una palla rossa.
Avevano abiti dignitosi ma sudici e i volti accaldati ed eccitati dalla competizione. Biondi e bruni i capelli, stature che denunciavano età fra i 9 e i 12 anni, tutti maschi.
Thomas lasciò che le sue dita abbandonassero il lembo di velluto e rimase ancora un poco ad osservare la trama della tenda.
Certo, sapeva già prima di guardare che sarebbero stati ragazzi intenti al gioco, ma i suoni non potevano anche svelargli colori ed espressioni mimiche. La palla avrebbe potuto essere azzurra o gialla, uno o più ragazzi rosso di capelli, qualcuno che li guardasse in silenzio gli sarebbe sfuggito non producendo alcun rumore.
Adesso invece conosceva l'esattezza della scena che i suoni gli avevano fatto immaginare.
Si distese sul tappeto vicino alla poltrona, riflettendo sulla necessità che sentiva ancora molto forte, il bisogno di guardare l'esterno perché il solo ascolto non era ancora sufficiente ad evocarglielo in tutti i suoi particolari.
Poi si udirono tre colpi leggeri alla porta. Ogni giorno, sempre di mattina, qualcuno bussava in quel modo e allora Thomas attendeva un istante senza muoversi, poi andava ad aprire la porta.
Sulla soglia c'erano sempre fiori freschi, cibi, bevande e a volte abiti nuovi che gli andavano a pennello.
Chi fosse quella sorta di balia che si occupava del suo corpo e del suo spirito lui lo aveva dimenticato. Non si incontravano mai, come per un'intesa precisa stabilita tempo addietro e che Thomas non violava mai per rispetto a sé stesso.
Gli era accaduto di esser curioso dell'identità di chi bussava alla sua porta con tanta costanza. La madre, un'amante, un'amica, un figlio, un fratello, forse soltanto un garzone. Ma il passato non gli interessava più, se lo aveva dimenticato doveva essere stato davvero poco stimolante.
Così un giorno, stanco e tediato dai pensieri su sé stesso che involontariamente gli affollavano la mente, aveva trovato un nome, Thomas appunto, con cui definirsi e aveva chiusa la questione.
Adesso c'era solo Thomas, la sua stanza senza sole e l'angolo alla finestra.
Sentiva a livello profondo che il suo scopo era quello di arrivare a non scostare più la tenda, non essere più costretto ad accertarsi di un dettaglio, di un colore, perché quel colore, quel dettaglio, alla fine gli sarebbe arrivato netto e indubbio come il suono.
E quando quel giorno fosse arrivato Thomas avrebbe potuto fare qualsiasi cosa: aprire la porta ed uscire in strada o sedersi sul tappeto e strappare pigramente i petali di un fiore o infine stendersi sull'ampio letto intatto da secoli e dormire, finalmente.
Vi stagnava un odore di polvere e fiori, dolciastro e pesante com'era ogni cosa nella stanza.
Thomas sonnecchiava su un'ampia poltrona, non dormiva mai profondamente, non poteva.
Le sue orecchie erano come cani da guardia, attendevano sospettose il minimo rumore che lo avrebbe costretto ad alzarsi e scostare un angolo di tenda per spiare un angolo di mondo.
Thomas viveva in quella stanza da innumerevoli anni, o forse erano solo pochi giorni, non ricordava più.
Non rammentava nemmeno il motivo della sua volontaria reclusione, ma era certo della sua gravità, egli aveva una grande considerazione di sé stesso e, se un giorno aveva varcato quella porta e l'aveva chiusa dietro di sé, adesso, per un banale vuoto di memoria, non poteva permettersi di abbandonare il suo progetto, qualunque esso fosse.
Fu uno scoppio di risa, cristallino e infantile, a destare il suo interesse.
Con movimenti lenti e cauti Thomas sciolse le gambe che aveva raggomitolate per farsi accogliere meglio dalla morbidezza della poltrona, posò i piedi nudi sul tappeto e andò verso la finestra.
Ora si udivano voci imberbi apostrofarsi scherzosamente ed un suono che Thomas immaginò fosse provocato da una palla presa a calci. Infatti, il suo sguardo che si era insinuato fra le pieghe del velluto attraverso il vetro scorse alcuni ragazzini che giocavano con una palla rossa.
Avevano abiti dignitosi ma sudici e i volti accaldati ed eccitati dalla competizione. Biondi e bruni i capelli, stature che denunciavano età fra i 9 e i 12 anni, tutti maschi.
Thomas lasciò che le sue dita abbandonassero il lembo di velluto e rimase ancora un poco ad osservare la trama della tenda.
Certo, sapeva già prima di guardare che sarebbero stati ragazzi intenti al gioco, ma i suoni non potevano anche svelargli colori ed espressioni mimiche. La palla avrebbe potuto essere azzurra o gialla, uno o più ragazzi rosso di capelli, qualcuno che li guardasse in silenzio gli sarebbe sfuggito non producendo alcun rumore.
Adesso invece conosceva l'esattezza della scena che i suoni gli avevano fatto immaginare.
Si distese sul tappeto vicino alla poltrona, riflettendo sulla necessità che sentiva ancora molto forte, il bisogno di guardare l'esterno perché il solo ascolto non era ancora sufficiente ad evocarglielo in tutti i suoi particolari.
Poi si udirono tre colpi leggeri alla porta. Ogni giorno, sempre di mattina, qualcuno bussava in quel modo e allora Thomas attendeva un istante senza muoversi, poi andava ad aprire la porta.
Sulla soglia c'erano sempre fiori freschi, cibi, bevande e a volte abiti nuovi che gli andavano a pennello.
Chi fosse quella sorta di balia che si occupava del suo corpo e del suo spirito lui lo aveva dimenticato. Non si incontravano mai, come per un'intesa precisa stabilita tempo addietro e che Thomas non violava mai per rispetto a sé stesso.
Gli era accaduto di esser curioso dell'identità di chi bussava alla sua porta con tanta costanza. La madre, un'amante, un'amica, un figlio, un fratello, forse soltanto un garzone. Ma il passato non gli interessava più, se lo aveva dimenticato doveva essere stato davvero poco stimolante.
Così un giorno, stanco e tediato dai pensieri su sé stesso che involontariamente gli affollavano la mente, aveva trovato un nome, Thomas appunto, con cui definirsi e aveva chiusa la questione.
Adesso c'era solo Thomas, la sua stanza senza sole e l'angolo alla finestra.
Sentiva a livello profondo che il suo scopo era quello di arrivare a non scostare più la tenda, non essere più costretto ad accertarsi di un dettaglio, di un colore, perché quel colore, quel dettaglio, alla fine gli sarebbe arrivato netto e indubbio come il suono.
E quando quel giorno fosse arrivato Thomas avrebbe potuto fare qualsiasi cosa: aprire la porta ed uscire in strada o sedersi sul tappeto e strappare pigramente i petali di un fiore o infine stendersi sull'ampio letto intatto da secoli e dormire, finalmente.
venerdì 20 aprile 2012
E' pericoloso sporgersi dentro
C'è questo vecchio, più che folle, parola troppo nobile, proprio demente.
Volge intorno lo sguardo cieco e un filo di bava cola dalle labbra sul mento e poi sulle mani inerti presso la patta aperta.
E' brutto, viso terreo e unghie nere, capelli unti sopra quella testaccia troppo grossa. Non c'è niente di patetico o dolce in lui, non fa pietà, fa ribrezzo. Un grosso vegetale di carne marcia.
Intorno un giardino, se si può concedere questo termine ai quattro fili d'erba giallastra che ciondolano fra i quadrati di pietra del cortile.
Ogni tanto compare qualcuno vestito di bianco, dottori e infermieri male in arnese, con le divise sporche di sangue e di minestra perché questo è un ospizio di quelli poveri.
Lo scemo è seduto su una lurida panca deturpata dalle consuete oscenità che la gente incide sul legno, il pene vizzo e grigiastro emerge fiaccamente dai pantaloni slacciati e un piede è scivolato fuori dalla ciabatta che lo conteneva e ora riposa sul cemento.
Si odono rari rumori, il cincischiare dei piedi di qualche degente, un grido assorbito da una finestra prontamente chiusa, il fruscio dei camici. Non ci sono uccelli che alleggeriscano l'aria con le loro voci, non ne ho mai visti in questo cortile. Piuttosto il ronzio monotono e cattivo delle mosche che orbitano intorno alla spazzatura che qualche gatto ha liberato dal sottile involucro di plastica.
Mi siedo sulla panca, non troppo accosto al vecchio perché la sua carcassa emana un odore nauseabondo. Il mio sguardo finisce inevitabilmente sul suo pene decrepito, sembra impossibile abbia potuto generare qualcuno.
Questa situazione mi dà l'angoscia, vorrei coprirlo ma non sopporto l'idea di avvicinare le mani. Così prelevo una pagina dal mio giornale e gliela getto in grembo. Lui naturalmente non fa nulla, probabilmente non se n'è neppure accorto.
Adesso però è ancora peggio: con la bocca semiaperta e il giornale addosso sembra uno di quei vecchiacci che passano il pomeriggio in cinema di infima categoria. Levo il giornale e distolgo lo sguardo.
Passa un'infermiera di mezza età, si scosta una ciocca grigia dalla fronte e la sua mano prosegue in un cenno di saluto a mio beneficio. Non sorride, nemmeno io le sorrido, non c'è proprio niente da sorridere.
Dal nugolo sopra ai rifiuti si stacca una mosca che viene a svolazzare intorno a noi. A tratti si posa sulla mano del vecchio, poi riprende i suoi ronzanti arabeschi nell'aria umida. Lui si muove, la testa gli ciondola qua e là nel penoso tentativo di seguire la mosca. Mi volto verso di lui e colgo una sorta di luce nei suoi occhi come se, lontanissimo, stesse faticosamente affiorando l'interesse. Crudelmente penso che è proprio il genere di giocattolo adatto a lui, un insetto esploratore di escrementi.
Tuttavia, a poco a poco, il volo della mosca cattura anche me, mi scopro a scommettere da sola dove si fermerà alla prossima sosta. E' ancora sulla sua mano, lui abbassa lo sguardo e lentamente una specie di sorriso si fa largo nella sua bocca umida, scoprendo qualche dente malandato. Mi viene in mente il primo sorriso del mio bambino, quanto mi aveva emozionata e resa orgogliosa. Un pensiero così non può sopravvivere a lungo in questo cortile, una zaffata dell'odore del vecchio lo scaccia definitivamente.
Lo scemo è attentissimo ai movimenti della mosca che gli passeggia sulla mano, si muove anche lui, l'altra mano si sta sollevando in direzione dell'insetto. Ma i suoi gesti sono goffi e tremolanti, la mosca vola via.
Di nuovo lui scruta il suo girovagare, stavolta è andata più lontana, magari per tornare con le sue compagne alla spazzatura.
Gli occhi del vecchio sembrano tristi adesso -o sono io che ci infilo la tristezza?- ma so comunque che torneranno vitrei come sempre, rivolti all'interno del suo mondo urlante.
Tutto questo in qualche modo mi commuove e mi fa vincere lo schifo quel tanto che basta a chinarmi e calzargli il piede nudo. Sarebbe il momento di andare via, adesso, prima che questa debole emozione svanisca e lasci il posto al solito disgusto. Ma la mosca è tornata sulla sua mano ed io resto seduta.
Si è fatto più furbo, l'altra mano è più fluida e cauta e lui china il capo come a controllare che agisca nel modo giusto.
All'improvviso, con una precisione ed una rapidità sorprendenti, cala sull'insetto. L'ha catturata, la mosca è prigioniera del suo pugno stretto, lui è tutto agitato e la bava gli cola copiosamente dalla
bocca.
Il suo corpo trema, ma più che eccitazione sembra stanchezza, come se l'azione lo avesse estenuato, gli avesse succhiato via tutto il controllo.
E' con grande sforzo che avvicina il pugno alla faccia, credo che voglia vedere la mosca da vicino. Apre la mano, la mosca è morta, non si muove più.
La prende fra le dita e la avvicina ancora al viso, ma la traiettoria non è quella che mi aspettavo, sta andando verso la bocca.
Mi assale la nausea e quando se la infila dentro devo alzarmi e scappare via, sto per vomitare.
Corro finché non sono fuori dal cortile, non mi giro a guardare.
Questa è davvero l'ultima volta che vengo a trovare mio padre.
Volge intorno lo sguardo cieco e un filo di bava cola dalle labbra sul mento e poi sulle mani inerti presso la patta aperta.
E' brutto, viso terreo e unghie nere, capelli unti sopra quella testaccia troppo grossa. Non c'è niente di patetico o dolce in lui, non fa pietà, fa ribrezzo. Un grosso vegetale di carne marcia.
Intorno un giardino, se si può concedere questo termine ai quattro fili d'erba giallastra che ciondolano fra i quadrati di pietra del cortile.
Ogni tanto compare qualcuno vestito di bianco, dottori e infermieri male in arnese, con le divise sporche di sangue e di minestra perché questo è un ospizio di quelli poveri.
Lo scemo è seduto su una lurida panca deturpata dalle consuete oscenità che la gente incide sul legno, il pene vizzo e grigiastro emerge fiaccamente dai pantaloni slacciati e un piede è scivolato fuori dalla ciabatta che lo conteneva e ora riposa sul cemento.
Si odono rari rumori, il cincischiare dei piedi di qualche degente, un grido assorbito da una finestra prontamente chiusa, il fruscio dei camici. Non ci sono uccelli che alleggeriscano l'aria con le loro voci, non ne ho mai visti in questo cortile. Piuttosto il ronzio monotono e cattivo delle mosche che orbitano intorno alla spazzatura che qualche gatto ha liberato dal sottile involucro di plastica.
Mi siedo sulla panca, non troppo accosto al vecchio perché la sua carcassa emana un odore nauseabondo. Il mio sguardo finisce inevitabilmente sul suo pene decrepito, sembra impossibile abbia potuto generare qualcuno.
Questa situazione mi dà l'angoscia, vorrei coprirlo ma non sopporto l'idea di avvicinare le mani. Così prelevo una pagina dal mio giornale e gliela getto in grembo. Lui naturalmente non fa nulla, probabilmente non se n'è neppure accorto.
Adesso però è ancora peggio: con la bocca semiaperta e il giornale addosso sembra uno di quei vecchiacci che passano il pomeriggio in cinema di infima categoria. Levo il giornale e distolgo lo sguardo.
Passa un'infermiera di mezza età, si scosta una ciocca grigia dalla fronte e la sua mano prosegue in un cenno di saluto a mio beneficio. Non sorride, nemmeno io le sorrido, non c'è proprio niente da sorridere.
Dal nugolo sopra ai rifiuti si stacca una mosca che viene a svolazzare intorno a noi. A tratti si posa sulla mano del vecchio, poi riprende i suoi ronzanti arabeschi nell'aria umida. Lui si muove, la testa gli ciondola qua e là nel penoso tentativo di seguire la mosca. Mi volto verso di lui e colgo una sorta di luce nei suoi occhi come se, lontanissimo, stesse faticosamente affiorando l'interesse. Crudelmente penso che è proprio il genere di giocattolo adatto a lui, un insetto esploratore di escrementi.
Tuttavia, a poco a poco, il volo della mosca cattura anche me, mi scopro a scommettere da sola dove si fermerà alla prossima sosta. E' ancora sulla sua mano, lui abbassa lo sguardo e lentamente una specie di sorriso si fa largo nella sua bocca umida, scoprendo qualche dente malandato. Mi viene in mente il primo sorriso del mio bambino, quanto mi aveva emozionata e resa orgogliosa. Un pensiero così non può sopravvivere a lungo in questo cortile, una zaffata dell'odore del vecchio lo scaccia definitivamente.
Lo scemo è attentissimo ai movimenti della mosca che gli passeggia sulla mano, si muove anche lui, l'altra mano si sta sollevando in direzione dell'insetto. Ma i suoi gesti sono goffi e tremolanti, la mosca vola via.
Di nuovo lui scruta il suo girovagare, stavolta è andata più lontana, magari per tornare con le sue compagne alla spazzatura.
Gli occhi del vecchio sembrano tristi adesso -o sono io che ci infilo la tristezza?- ma so comunque che torneranno vitrei come sempre, rivolti all'interno del suo mondo urlante.
Tutto questo in qualche modo mi commuove e mi fa vincere lo schifo quel tanto che basta a chinarmi e calzargli il piede nudo. Sarebbe il momento di andare via, adesso, prima che questa debole emozione svanisca e lasci il posto al solito disgusto. Ma la mosca è tornata sulla sua mano ed io resto seduta.
Si è fatto più furbo, l'altra mano è più fluida e cauta e lui china il capo come a controllare che agisca nel modo giusto.
All'improvviso, con una precisione ed una rapidità sorprendenti, cala sull'insetto. L'ha catturata, la mosca è prigioniera del suo pugno stretto, lui è tutto agitato e la bava gli cola copiosamente dalla
bocca.
Il suo corpo trema, ma più che eccitazione sembra stanchezza, come se l'azione lo avesse estenuato, gli avesse succhiato via tutto il controllo.
E' con grande sforzo che avvicina il pugno alla faccia, credo che voglia vedere la mosca da vicino. Apre la mano, la mosca è morta, non si muove più.
La prende fra le dita e la avvicina ancora al viso, ma la traiettoria non è quella che mi aspettavo, sta andando verso la bocca.
Mi assale la nausea e quando se la infila dentro devo alzarmi e scappare via, sto per vomitare.
Corro finché non sono fuori dal cortile, non mi giro a guardare.
Questa è davvero l'ultima volta che vengo a trovare mio padre.
giovedì 19 aprile 2012
Elogio dell'ozio
Uno di quei giorni in cui ci si sposta molto lentamente da una stanza all'altra senza sapere che fare di sé stessi. E, ogni tanto, va anche bene così.
Quando si guarda fuori dalla finestra e il cielo è grigio e cade anche qualche goccia di pioggia, quando ci si ricorda che in cucina c'è quell'ultima barretta di sesamo che ci piace tanto e di cui improvvisamente ci coglie la voglia, quando si guardano i gatti che dormono senza vergogna e ci si dice che forse loro hanno davvero capito tutto della vita, quando si è coscienti che oggi si può stare fermi ma domani ci si dovrà muovere ed anche con vigore, quando si ha azzardatamente deciso di aprire un blog anche senza avere nulla di particolare da dire..
Oggi legittimiamoci una sorta di bolla temporale, uno spazio senza tempo in cui muoversi a caso, domani si ritorna alla normalità, qualunque essa sia e sempre che esista..
Quando si guarda fuori dalla finestra e il cielo è grigio e cade anche qualche goccia di pioggia, quando ci si ricorda che in cucina c'è quell'ultima barretta di sesamo che ci piace tanto e di cui improvvisamente ci coglie la voglia, quando si guardano i gatti che dormono senza vergogna e ci si dice che forse loro hanno davvero capito tutto della vita, quando si è coscienti che oggi si può stare fermi ma domani ci si dovrà muovere ed anche con vigore, quando si ha azzardatamente deciso di aprire un blog anche senza avere nulla di particolare da dire..
Oggi legittimiamoci una sorta di bolla temporale, uno spazio senza tempo in cui muoversi a caso, domani si ritorna alla normalità, qualunque essa sia e sempre che esista..
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