Pesanti tende di velluto scuro impedivano alla tenue luce del giorno di turbare l'atmosfera della stanza.
Vi stagnava un odore di polvere e fiori, dolciastro e pesante com'era ogni cosa nella stanza.
Thomas sonnecchiava su un'ampia poltrona, non dormiva mai profondamente, non poteva.
Le sue orecchie erano come cani da guardia, attendevano sospettose il minimo rumore che lo avrebbe costretto ad alzarsi e scostare un angolo di tenda per spiare un angolo di mondo.
Thomas viveva in quella stanza da innumerevoli anni, o forse erano solo pochi giorni, non ricordava più.
Non rammentava nemmeno il motivo della sua volontaria reclusione, ma era certo della sua gravità, egli aveva una grande considerazione di sé stesso e, se un giorno aveva varcato quella porta e l'aveva chiusa dietro di sé, adesso, per un banale vuoto di memoria, non poteva permettersi di abbandonare il suo progetto, qualunque esso fosse.
Fu uno scoppio di risa, cristallino e infantile, a destare il suo interesse.
Con movimenti lenti e cauti Thomas sciolse le gambe che aveva raggomitolate per farsi accogliere meglio dalla morbidezza della poltrona, posò i piedi nudi sul tappeto e andò verso la finestra.
Ora si udivano voci imberbi apostrofarsi scherzosamente ed un suono che Thomas immaginò fosse provocato da una palla presa a calci. Infatti, il suo sguardo che si era insinuato fra le pieghe del velluto attraverso il vetro scorse alcuni ragazzini che giocavano con una palla rossa.
Avevano abiti dignitosi ma sudici e i volti accaldati ed eccitati dalla competizione. Biondi e bruni i capelli, stature che denunciavano età fra i 9 e i 12 anni, tutti maschi.
Thomas lasciò che le sue dita abbandonassero il lembo di velluto e rimase ancora un poco ad osservare la trama della tenda.
Certo, sapeva già prima di guardare che sarebbero stati ragazzi intenti al gioco, ma i suoni non potevano anche svelargli colori ed espressioni mimiche. La palla avrebbe potuto essere azzurra o gialla, uno o più ragazzi rosso di capelli, qualcuno che li guardasse in silenzio gli sarebbe sfuggito non producendo alcun rumore.
Adesso invece conosceva l'esattezza della scena che i suoni gli avevano fatto immaginare.
Si distese sul tappeto vicino alla poltrona, riflettendo sulla necessità che sentiva ancora molto forte, il bisogno di guardare l'esterno perché il solo ascolto non era ancora sufficiente ad evocarglielo in tutti i suoi particolari.
Poi si udirono tre colpi leggeri alla porta. Ogni giorno, sempre di mattina, qualcuno bussava in quel modo e allora Thomas attendeva un istante senza muoversi, poi andava ad aprire la porta.
Sulla soglia c'erano sempre fiori freschi, cibi, bevande e a volte abiti nuovi che gli andavano a pennello.
Chi fosse quella sorta di balia che si occupava del suo corpo e del suo spirito lui lo aveva dimenticato. Non si incontravano mai, come per un'intesa precisa stabilita tempo addietro e che Thomas non violava mai per rispetto a sé stesso.
Gli era accaduto di esser curioso dell'identità di chi bussava alla sua porta con tanta costanza. La madre, un'amante, un'amica, un figlio, un fratello, forse soltanto un garzone. Ma il passato non gli interessava più, se lo aveva dimenticato doveva essere stato davvero poco stimolante.
Così un giorno, stanco e tediato dai pensieri su sé stesso che involontariamente gli affollavano la mente, aveva trovato un nome, Thomas appunto, con cui definirsi e aveva chiusa la questione.
Adesso c'era solo Thomas, la sua stanza senza sole e l'angolo alla finestra.
Sentiva a livello profondo che il suo scopo era quello di arrivare a non scostare più la tenda, non essere più costretto ad accertarsi di un dettaglio, di un colore, perché quel colore, quel dettaglio, alla fine gli sarebbe arrivato netto e indubbio come il suono.
E quando quel giorno fosse arrivato Thomas avrebbe potuto fare qualsiasi cosa: aprire la porta ed uscire in strada o sedersi sul tappeto e strappare pigramente i petali di un fiore o infine stendersi sull'ampio letto intatto da secoli e dormire, finalmente.

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