venerdì 20 aprile 2012

E' pericoloso sporgersi dentro

C'è questo vecchio, più che folle, parola troppo nobile, proprio demente.
Volge intorno lo sguardo cieco e un filo di bava cola dalle labbra sul mento e poi sulle mani inerti presso la patta aperta.
E' brutto, viso terreo e unghie nere, capelli unti sopra quella testaccia troppo grossa. Non c'è niente di patetico o dolce in lui, non fa pietà, fa ribrezzo. Un grosso vegetale di carne marcia.
Intorno un giardino, se si può concedere questo termine ai quattro fili d'erba giallastra che ciondolano fra i quadrati di pietra del cortile.
Ogni tanto compare qualcuno vestito di bianco, dottori e infermieri male in arnese, con le divise sporche di sangue e di minestra perché questo è un ospizio di quelli poveri.
Lo scemo è seduto su una lurida panca deturpata dalle consuete oscenità che la gente incide sul legno, il pene vizzo e grigiastro emerge fiaccamente dai pantaloni slacciati e un piede è scivolato fuori dalla ciabatta che lo conteneva e ora riposa sul cemento.
Si odono rari rumori, il cincischiare dei piedi di qualche degente, un grido assorbito da una finestra prontamente chiusa, il fruscio dei camici. Non ci sono uccelli che alleggeriscano l'aria con le loro voci, non ne ho mai visti in questo cortile. Piuttosto il ronzio monotono e cattivo delle mosche che orbitano intorno alla spazzatura che qualche gatto ha liberato dal sottile involucro di plastica.
Mi siedo sulla panca, non troppo accosto al vecchio perché la sua carcassa emana un odore nauseabondo. Il mio sguardo finisce inevitabilmente sul suo pene decrepito, sembra impossibile abbia potuto generare qualcuno.
Questa situazione mi dà l'angoscia, vorrei coprirlo ma non sopporto l'idea di avvicinare le mani. Così prelevo una pagina dal mio giornale e gliela getto in grembo. Lui naturalmente non fa nulla, probabilmente non se n'è neppure accorto.
Adesso però è ancora peggio: con la bocca semiaperta e il giornale addosso sembra uno di quei vecchiacci che passano il pomeriggio in cinema di infima categoria. Levo il giornale e distolgo lo sguardo.
Passa un'infermiera di mezza età, si scosta una ciocca grigia dalla fronte e la sua mano prosegue in un cenno di saluto a mio beneficio. Non sorride, nemmeno io le sorrido, non c'è proprio niente da sorridere.
Dal nugolo sopra ai rifiuti si stacca una mosca che viene a svolazzare intorno a noi. A tratti si posa sulla mano del vecchio, poi riprende i suoi ronzanti arabeschi nell'aria umida. Lui si muove, la testa gli ciondola qua e là nel penoso tentativo di seguire la mosca. Mi volto verso di lui e colgo una sorta di luce nei suoi occhi come se, lontanissimo, stesse faticosamente affiorando l'interesse. Crudelmente penso che è proprio il genere di giocattolo adatto a lui, un insetto esploratore di escrementi.
Tuttavia, a poco a poco, il volo della mosca cattura anche me, mi scopro a scommettere da sola dove si fermerà alla prossima sosta. E' ancora sulla sua mano, lui abbassa lo sguardo e lentamente una specie di sorriso si fa largo nella sua bocca umida, scoprendo qualche dente malandato. Mi viene in mente il primo sorriso del mio bambino, quanto mi aveva emozionata e resa orgogliosa. Un pensiero così non può sopravvivere a lungo in questo cortile, una zaffata dell'odore del vecchio lo scaccia definitivamente.
Lo scemo è attentissimo ai movimenti della mosca che gli passeggia sulla mano, si muove anche lui, l'altra mano si sta sollevando in direzione dell'insetto. Ma i suoi gesti sono goffi e tremolanti, la mosca vola via.
Di nuovo lui scruta il suo girovagare, stavolta è andata più lontana, magari per tornare con le sue compagne alla spazzatura.
Gli occhi del vecchio sembrano tristi adesso -o sono io che ci infilo la tristezza?- ma so comunque che torneranno vitrei come sempre, rivolti all'interno del suo mondo urlante.
Tutto questo in qualche modo mi commuove e mi fa vincere lo schifo quel tanto che basta a chinarmi e calzargli il piede nudo. Sarebbe il momento di andare via, adesso, prima che questa debole emozione svanisca e lasci il posto al solito disgusto. Ma la mosca è tornata sulla sua mano ed io resto seduta.
Si è fatto più furbo, l'altra mano è più fluida e cauta e lui china il capo come a controllare che agisca nel modo giusto.
All'improvviso, con una precisione ed una rapidità sorprendenti, cala sull'insetto. L'ha catturata, la mosca è prigioniera del suo pugno stretto, lui è tutto agitato e la bava gli cola copiosamente dalla
bocca.
Il suo corpo trema, ma più che eccitazione sembra stanchezza, come se l'azione lo avesse estenuato, gli avesse succhiato via tutto il controllo.
E' con grande sforzo che avvicina il pugno alla faccia, credo che voglia vedere la mosca da vicino. Apre la mano, la mosca è morta, non si muove più.
La prende fra le dita e la avvicina ancora al viso, ma la traiettoria non è quella che mi aspettavo, sta andando verso la bocca.
Mi assale la nausea e quando se la infila dentro devo alzarmi e scappare via, sto per vomitare.
Corro finché non sono fuori dal cortile, non mi giro a guardare.
Questa è davvero l'ultima volta che vengo a trovare mio padre.

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